Benessere senza risorse economiche

Dal 10 maggio 2012 l’associazione di promozione sociale  Learning Cities, “Rete per le Comunità che Apprendono”, invita le comunità pugliesi ad aprire un dibattito sul tema del benessere senza risorse economiche e degli stili di vita che potrebbero aiutare a migliorare la sostenibilità dell’agire umano e la prosperità delle generazioni future.

Per fare questo Learning Cities ha deciso di portare in giro per la Puglia i suoi Learning Coffee, incontri basati su dibattiti interattivi, testimonianze di esperti, proiezioni e riflessioni condivise, organizzati con il contributo delle Amministrazioni locali. Continua a leggere

Pane “bene comune”

Il pane “bene comune” in Brianza

di Daniela Passeri

Un progetto di filiera corta del pane biologico, dalla semina del frumento alla distribuzione, non te lo aspetti nella provincia più cementificata d’Italia, quella di Monza e Brianza. In realtà è naturale che proprio in un territorio così martoriato si senta più forte che altrove l’esigenza di invertire la rotta e riaffermare l’importanza e il valore del cibo locale. Esigenza che ha dato vita ad un progetto piuttosto complesso e articolato, per niente facile da gestire da volontari, ma ormai rodato e consolidato, che da quattro anni permette a circa 600 famiglie di acquistare ogni settimana il loro “pane comune”, biologico, a chilometro zero, a un prezzo inferiore a quello di mercato (3,20 euro al chilo), garantendo la giusta remunerazione di chi contribuisce a produrlo, dimostrando che un altro modo di fare agricoltura, distribuire, acquistare, nutrirsi è possibile. Che è possibile riavvicinare la campagna alla città, il produttore al consumatore, e riattivare quel naturale processo di apprendimento che si è sempre originato in questi scambi. Continua a leggere

Ivan Illich: a che servono le crisi?

di PAOLO CACCIARI

Propongo una rilettura di Ivan Illich del lontano 1978 (Disoccupazione creativa, riedito da Boroli, 2005): “Il vocabolo crisi – scriveva – indica oggi il momento in cui medici, diplomatici, banchieri e tecnici sociali di vario genere prendono il sopravvento e vengono sospese le libertà. Come i malati, i Paesi diventano casi critici. Crisi, parola greca che in tutte le lingue moderne ha voluto dire ‘scelta’ o ‘punto di svolta’, ora sta a significare: ‘Guidatore dacci dentro!’ Evoca cioè una minaccia sinistra, ma contenibile mediante un sovrappiù di denaro, di manodopera e di tecnica gestionale”.

Come non vedere che è proprio così? Creare una emergenza , provocare un pericolo catastrofico (il default, la disoccupazione, la Grecia) per annullare i diritti, ribadire il dominio della ragione economica dell’impresa e intensificare le forme di sfruttamento, concentrare il potere economico-finanziario. Del resto sono le stesse persone che prima hanno creato la crisi dai loro posti di comando nelle istituzioni bancarie private che ora sono chiamate a “mettere in ordine” nei conti pubblici. Il loro vero obiettivo: impadronirsi anche delle casse degli stati, dei flussi fiscali, dei beni demaniali.

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Banche. La riforma che vogliamo

di Paolo Cacciari

F. Durrenmatt L'ultima assemblea generale della Banca Federale (1966)Siamo invasi di pubblicità di banche e operatori finanziari di ogni tipo che ci offrono rendimenti “cinesi” del 4, 5 e oltre per cento sui denari che, avendone, gli potremmo affidare. Domandiamoci come ciò sia possibile, dove stia l’inganno di una promessa così allettante in una economia che “cresce”, quando va bene, in Europa, meno dell’uno per cento. Quale riedizione del miracolo della moltiplicazioni dei pani e dei pesci avviene nel segreto delle banche?

Ora, le spiegazioni che mi so dare – da “non tecnico” – sono solo due. Una riguarda le medie di Trilussa; è vero che siamo in recessione, ma “in media”. Continua a leggere

Dimagrire

di PAOLO  CACCIARI

Oggi spacchiamo i cuori. Nell’introduzione all’edizione italiana di un libretto che riassume meglio che non si può l’idea della decrescita (Serge Latouche e Didier Harpagès, Le temps de la décroissance, ora anche: Il tempo della decrescita, Elèutera, 2011, 10 euro) Marco Aime, che è un antropologo, racconta il suo imbarazzo quando in un piccolo villaggio del nord del Benin, parlando con alcuni uomini del posto, gli fu posta all’improvviso la seguente domanda: “Ma è vero che da voi si paga per dimagrire?”.

Nelle pagine finali del libro gli autori scrivono: “Non possiamo più continuare ad arricchirci, noi popoli del Nord ‘facendo come se’ i popoli del Sud potessero seguire le nostre orme, mentre si allarga il gap tra noi e loro e il Nord si arricchisce a spese del Sud”. Ma attenzione, avvertono gli autori: “La delocalizzazione dell’immaginario passa anche dallo sguardo diverso che rivolgiamo ai ‘poveri’ del Sud. Continua a leggere

Fatti per non durare

di PAOLO CACCIARI

Decrescere i consumi può certo essere spiacevole. Per chi non ha neppure il necessario. E persino per coloro ai quali “piace spendere” per avere cose sempre nuove per sentirsi uomini di successo e scialacquare a capriccio.Ma spesso non è così: compriamo – o non compriamo – delle merci non per nostra scelta – o per indisponibilità economica – ma perché ce lo impongono i venditori. Per paradosso nella “società dei consumi”, il consumatore è il soggetto meno libero di decidere come spendere (o non spendere) i propri denari. Continua a leggere

Siamo tutti spazzini

di PAOLO CACCIARI

Narcisussm di Vik Muniz, artista brasiliano che realizza immagini utilizzando rifiuti

I rifiuti in natura non esistono, non possono esistere. Se nulla si crea e nulla si distrugge, vuol dire che tutto si trasforma. I rifiuti sono solo oggetti e alimenti “rifiutati”, che non vogliamo o possiamo più utilizzare, ma la loro essenza materiale non smette di esistere. Waste, in inglese, sembra derivi da vastus ed ha la stessa etimologia di devastarei. Praticare la raccolta differenziata (separare il più possibile i materiali di scarto secondo il loro contenuto merceologico per consentirne il massimo reimpiego e riciclo) è quindi un gesto d’amore, di facilitazione e di riconciliazione nei riguardi del lavoro che compiono in silenzio e gratuitamente i cicli vitali della natura. É anche un atto di gentilezza, di altruismo, di collaborazione verso gli altri esseri umani che non volgiamo sporcare, contaminare, asservire. Continua a leggere

Cosa non è la decrescita

di GIANNI TAMINO

Come spiega Mauro Bonaiuti, il termine decrescita si può prestare ad alcuni fraintendimenti, ed è bene chiarire subito cosa la decrescita certamente non è: non è un programma masochistico di riduzione dei consumi e della produzione, attuato nell’ambito di un sistema economico e sociale immutato rispetto all’attuale. La decrescita non è semplicemente crescita negativa. È evidente, infatti, che una politica economica incentrata su una drastica riduzione dei consumi creerebbe, data l’attuale struttura del sistema produttivo, una drammatica riduzione della domanda globale e un aumento significativo della disoccupazione e del disagio sociale. Non è questa, certo, la prospettiva per il futuro. Continua a leggere

Un’utopia concreta

di GIANNI TAMINO

La necessità della decrescita deriva dalla banale constatazione che una crescita infinita in una realtà finita è impossibile, una constatazione che sfugge alla logica dell’economia che oggi condiziona il mondo.

Il sistema economico liberista riduce a merce ogni risorsa naturale, comprese quelle che costituiscono un patrimonio comune, come l’acqua che beviamo, fino agli stessi organismi viventi, uomo compreso (si pensi alla brevettabilità dei viventi e delle loro parti, geni, cellule, tessuti ecc.). Questa ideologia liberista porta a credere che energia e materie prime siano sempre disponibili, praticamente infinite. Continua a leggere

Quanto pesi?

di PAOLO CACCIARI

« Quaranta chili. Nudo. Ma vestito? Te lo dico io: ottanta ». «Ma non è vero! »

E invece sì. I miei amici del Wuppertal Istitute1 – che sono molto meticolosi e precisi – hanno calcolato che per fare un paio di jeans servono almeno 30 kg di materie prime tra cotone, petrolio, coloranti, ecc. Per fare un paio di scarpe da ginnastica di chili ne servono quattro. Se poi ci metti anche il telefonino da cui non ti stacchi mai devi aggiungere 25 kg, la bicicletta 400 kg, il computer qualche tonnellata. Si chiama “zaino ecologico”, non lo vediamo, ma ce lo portiamo sulle spalle; contiene i “pezzi” di natura che vengono impiegati per fabbricare le cose che usiamo.

Le nostre amate protesi tecnologiche si trascinano un carico ambientale fatto di prelievi di materiali e di emissioni spesso non “metabolizzabili” dai cicli naturali, quindi inquinanti. Si chiama Total Material Requirement e misura il fabbisogno di materiali pro-capite prelevati in un anno. La media europea nel 2004 (ultimo dato disponibile) era di 51 tonnellate, un po’ di più del Giappone (45 ton), meno che negli Stati Uniti (85 ton). Ma attenzione, i dati nascondono il peso delle merci importate da paesi produttori. Un altro mezzo per esternalizzare i costi ambientali del nostro “tenore di vita”. Continua a leggere