Dimagrire

di PAOLO  CACCIARI

Oggi spacchiamo i cuori. Nell’introduzione all’edizione italiana di un libretto che riassume meglio che non si può l’idea della decrescita (Serge Latouche e Didier Harpagès, Le temps de la décroissance, ora anche: Il tempo della decrescita, Elèutera, 2011, 10 euro) Marco Aime, che è un antropologo, racconta il suo imbarazzo quando in un piccolo villaggio del nord del Benin, parlando con alcuni uomini del posto, gli fu posta all’improvviso la seguente domanda: “Ma è vero che da voi si paga per dimagrire?”.

Nelle pagine finali del libro gli autori scrivono: “Non possiamo più continuare ad arricchirci, noi popoli del Nord ‘facendo come se’ i popoli del Sud potessero seguire le nostre orme, mentre si allarga il gap tra noi e loro e il Nord si arricchisce a spese del Sud”. Ma attenzione, avvertono gli autori: “La delocalizzazione dell’immaginario passa anche dallo sguardo diverso che rivolgiamo ai ‘poveri’ del Sud.

E’ tempo di considerare che da molti punti di vista le comunità resistenti dell’Africa e della Papuasia (ma anche dell’America Latina o dell’India, ndr) non sono in ritardo, ma in anticipo, e che dobbiamo ascoltarle per ridare senso alle nostre società alla deriva” (p.89).

Spesso la decrescita è stata paragonata ad una cura dimagrante per i sovrappeso. Ma la metafora non rende bene l’idea. La decrescita è un cambiamento profondo degli stili di vita. E nemmeno questo basta: per imboccare la strada della decrescita le “buone pratiche” individuali e l’impegno civile responsabile personale di ognuno di noi sono necessari ma non sufficienti; servono anche cambiamenti di struttura, d’ordine sociale e cambiamenti nei sistemi e nelle gerarchie dei valori culturali condivisi. Una rivoluzione antropo-eco-tecno-socio-filosofica, insomma.

 

 

 

 

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